Torna all'articolo precedente   Vai all'indice  
Il Banfo   Anno XII   Numero 2   Maggio '08     Pagine 28 e 29   Prosa

Lettera ad una sorella

Cara Liliana, mi sembra quasi di poter sentire, là fuori, il dolce profumo dei fiori, il sussurro dell'aria tra i rami, il ronzio delle api che tornano a casa colme di nettare... Un ritorno che non mi appartiene, che non potrò fare mai più. Non potrò tornare nella nostra casa a Milano, in mezzo a una vita indaffarata e a persone noncuranti, né potrò rivedere la nostra casa estiva, così vicina alla spuma del mare di Sicilia. Ricordi i pomeriggi passati al sole? Le serate tranquille, con un poco di vino, una coperta e i racconti della nonna. Una vita stranamente serena e normale, nessuna capacità al di fuori del comune, nessuna aspirazione esagerata, una dolce spensieratezza. Ripercorro quei momenti con la memoria ogni giorno, mi torna in mente il tuo sorriso rassicurante e poi subito dopo imbronciato se venivi contraddetta. Com'eravamo uniti da piccoli! Ogni mio pensiero era anche tuo, ogni tuo gesto era anche mio. Eravamo collegati da un filo sottile: così diceva mamma. Poi però di ogni marachella ero io, il fratello maggiore, il responsabile. Non posso fare a meno di sorridere pensando alla nostra capacità di organizzare innocenti dispetti infantili, giochi nostri soltanto, passatempi sconosciuti agli altri, nel nostro piccolo mondo che non si allontanava mai più di dieci chilometri da casa eppure sembrava immenso... Poi siamo cresciuti entrambi, e le distanze sono cresciute con noi.

In questi ultimi cinque anni, durante le tue visite occasionali, non ho mai potuto parlarti davvero. Potevo solo fingere che tutto andasse bene o comunque meglio di quanto sembrasse. Non ti mostravo il mio sconforto, per evitare che esso si impadronisse anche di te. Sono state le circostanze a cambiarmi, a farmi divenire più serio, forse perché ormai passo la mia intera giornata a pensare e vagare con la mia mente. Così ora è più difficile ridere, è più difficile vivere. Ogni mattina degli ultimi cinque anni, mi sono svegliato con un peso sul cuore, con un senso di grande sconfitta. E allora l'unico modo che ho potuto trovare per reagire a tutto questo è stato viaggiare. Ho viaggiato tanto, forse per rifuggire me stesso e la realtà che mi circonda. Ho visitato paesi esotici, Thailandia, India, Cina... Poi gli Stati Uniti, e il Brasile, e le Ande. Sono stato in Africa: ho respirato l'odore dei mercati, sofferto la sete nel deserto, provato la gioia di vedere il sole sorgere e poi tramontare. Sono stato persino in Antartide, la terra dei ghiacci, della quale da bambini non credevamo possibile l'esistenza. E così spesso sono tornato alla casa col tiglio in cui abbiamo passato l'infanzia. So cosa stai pensando ora. Mi sembra di vederti a scuotere la testa sconsolata, a compatirmi, a chiederti come questo sia possibile, a domandarti se il tuo caro fratello abbia forse perso la ragione... e poi si, anche a piangere per quello che io non potrei avere mai. Eppure è proprio così, non ti sto mentendo, nonostante tutti i miei limiti fisici ho viaggiato davvero, perché l'immaginazione non conosce confini. Quando iniziò tutto questo, la mia mente era come un fiore secco che sta per morire ma ancora in tempo per essere salvato. Così ogni piccola goccia d'acqua che è entrata nelle sue radici, mi ha rinvigorito, mi ha dato la possibilità di andare avanti in mezzo al niente che mi aggredisce di giorno in giorno. Ogni dettaglio che avevo scorto e subito dimenticato, anche solo una piccola fotografia vista prima dell'incidente, un ricordo sbiadito di cose studiate sui libri di scuola, di esperienze appena iniziate, mi ha dato la possibilità di scoprire con nuovi occhi e nuovi sensi odori, colori, sapori, che non ho mai visto davvero. Viaggio, immaginazione, fantasticheria, chiamala come vuoi: questo è stato il mio confortante rifugio.

Nei giorni di calma, quando non c'è nessuno che parli nelle stanze vicine, quando le infermiere di turno sono lontane, quando tutto tace e l'unico rumore che si percepisce è il basso ronzio dei macchinari...posso sentire il mio cuore che batte. Mi sembra lento, affaticato, eppure batte ancora. E mi stupisco di come possa esserci ancora vita in me, in questo corpo colpito, ferito, martoriato... In questo corpo che non si muove più, che è immobilizzato dalla testa in giù, steso su un lettino, tenuto in vita da macchine. È come un forte ossimoro la presenza di vita nella totale immobilità.

Le infermiere mi hanno detto che ora è primavera. Così probabilmente fuori di qui tutto riprende vita, ed io viaggio tra i nuovi colori, tra le foglie più verdi, sono insetto e volo nell'aria, poi sono uccello e mi avvicino al tepore del sole, sono la brezza stessa che accarezza gli alberi. Quando di colpo la realtà si rimpossessa di me mi ritrovo in questa bianca stanza. I miei giorni qui non sono diventati altro che una sequenza interminabile e uguale. All'interno di questa camera, che è la mia vita e la mia morte, non percepisco più la differenza tra le stagioni, non sento più la fame, né distinguo il passare delle ore o assaporo il sapore di un cibo. In questa immobilità, lotto disperato contro il nulla e l'infinito che mi circonda. E così perfino quel mio piccolo, abitudinario viaggio quotidiano ora sembra non bastare più. Ho seguito ogni percorso della mia mente, fino ai suoi recessi, indagato i particolari, le cose che nella mia vita precedente apparivano insignificanti e che pure hanno acquisito infinita importanza in queste circostanze. Ora mi sento esaurito.

Non voglio che tu ti sconforti Liliana, è con serenità che parlo, perché sento di aver vissuto veramente anche se in un mondo che oltrepassa i confini della realtà, che è fatto di immagini da me stesso costruite. È un grido alla vita, e non alla morte, il mio... proprio il fratello che non aveva mai bisogno di niente, che è sempre stato apparentemente il più forte, il tuo sostegno, ti sta implorando di capirlo, di accettarlo. E sì, anche di fare quel gesto, così semplice ai miei occhi eppure così terribile per tutti: spegnere i macchinari, spegnere l'illusione di una vita che ormai non c'è più...

(N.G.)


Di Nicoletta Grillo 1a A LC



Inviaci i tuoi commenti a redazione@banfo.tk   |   Torna all'inizio Su